Luganese

Lugano, a processo per un buco da oltre 8 milioni

Rinviato oggi, a causa dell’assenza dell’imputato principale, il procedimento a carico di quattro persone accusate di reati finanziari e patrimoniali

Quando la pezza non copre il buco
(Ti-Press)
26 settembre 2022
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Sono accusati di aver creato un buco da oltre 8,2 milioni di franchi fra il 2008 e il 2013. Si tratta di quattro cittadini italiani residenti tra Italia e Mendrisiotto che presto compariranno di fronte alle Assise criminali di Lugano. Dovranno rispondere, a vario titolo, di vari reati finanziari e patrimoniali: dall’amministrazione infedele aggravata alla cattiva gestione, dall’appropriazione indebita aggravata alla falsità in documenti. Il procedimento avrebbe dovuto tenersi oggi, tuttavia la Corte – presieduta da Siro Quadri e con i giudici a latere Aurelio Facchi e Renata Loss Campana – è stata costretta a rinviarlo in quanto, in particolare, l’imputato principale non si è presentato e verrà pertanto nuovamente citato a giudizio.

Dai Caraibi al Lussemburgo, via Lugano

La somma di denaro contestata dall’atto d’accusa stilato dal procuratore pubblico Daniele Galliano è rilevante: oltre 8,2 milioni di franchi. Una cifra senz’altro molto importante. Tuttavia, visti i tanti anni trascorsi dalla vicenda, una parte dei fatti, quelli iniziali, verrà probabilmente archiviata in quanto prescritta. La vicenda, all’apparenza complessa, si può sostanzialmente così riassumere: un 46enne italiano residente in Lombardia, difeso dall’avvocata Maria Galliani, è accusato di aver ideato un sistema che gli avrebbe permesso di spostare grosse somme di denaro da un fondo di investimento lussumburghese a una società luganese della quale era amministratore unico, il tutto – almeno inizialmente – per rimborsare gli investitori di un terzo fondo con sede alle Isole Vergini Britanniche. La particolarità? Tutti e tre gli enti facevano capo al 46enne.

Problemi iniziati col fallimento della Lehman Brothers

In effetti, il primo fondo, quello con sede caraibica, sarebbe entrato in crisi a seguito del fallimento della Lehman Brothers, perdendo fino a 3,2 milioni di euro. Omettendo di informare gli investitori di questa crisi, il 46enne avrebbe deciso di rimborsarli man mano attingendo in parte anche alla liquidità della società creata a Lugano per gestire il fondo. Tuttavia, man mano che i debiti si accumulavano, non solo non avrebbe intrapreso alcuna misura concreta per venirne a capo ma non ha neanche depositato i bilanci. Il fallimento della società luganese è stato infine decretato nel 2013: oltre 570’000 i franchi insinuati dai creditori. A un primo periodo, il pp fa risalire circa 100’000 franchi che l’imputato avrebbe utilizzato per scopi puramente casuali. Soldi per i quali l’uomo è indagato per amministrazione infedele aggravata e cattiva gestione.

Un impianto costituito grazie a tre complici

Del reato di appropriazione indebita aggravata, in complicità con un 57enne e un 61enne entrambi italiani residenti nel Mendrisiotto, il 46enne dovrà rispondere a causa del buco da 8,2 milioni di franchi circa creato con la malagestione della società luganese e del fondo lussemburghese. In sostanza, dopo che oltre al fondo caraibico anche la società luganese era entrata in grosse difficoltà finanziarie, per coprire il buco il 46enne avrebbe voluto attingere ai soldi del fondo lussumburghese, costituito da lui stesso nel 2009. Un fondo che, tuttavia, era di tipo conservativo e gli investimenti dovevano essere diversificati. Ed è qui che entrano in gioco il 57enne e il 61enne, rispettivamente difesi dagli avvocati Romeo Mazzoleni e Simone Beraldi. L’accordo prevedeva che, dietro compenso stimato dall’accusa in 35’000 euro, i due uomini creassero un ulteriore fondo lussemburghese (acquistato poi interamente dal fondo del 46enne) che investisse nelle obbligazioni emesse dalla società luganese. Un modo, per l’accusa, di appropriarsi del denaro custodito dal fondo dell’imputato principale. Per aiutarlo, i due complici si sarebbero serviti anche di altre società lussemburghesi da loro due gestite. Al quadro si aggiunge anche una 55enne italiana residente in Piemonte, difesa dall’avvocato Mattia Bordignon, che avrebbe avuto un ruolo minore nella vicenda ed è accusata solo di amministrazione infedele aggravata e ripetuta falsità in documenti.

Il salvacondotto negato e l’assenza

Il denaro oggetto dell’inchiesta, gli oltre 8 milioni di franchi, sarebbe stato utilizzato in parte come detto per rimborsare investitori precedenti, in una sostanziosa parte per un investimento in Italia che avrebbe dovuto dare dei frutti poi invece mai raccolti e, infine, in parte per spese personali. La vicenda sarebbe invece emersa in seguito a una segnalazione dell’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma), nonché alla denuncia di un investitore. L’imputato principale sarebbe, sostanzialmente, reo confesso. E ora, ad anni di distanza, la vicenda sbarca finalmente in aula penale. Per il processo bisognerà tuttavia attendere: come spiegato dall’avvocata Galliani, il suo assistito aveva chiesto un salvacondotto per partecipare al dibattimento, temendo un arresto una volta arrivato in Svizzera. Il salvacondotto gli è però stato negato e l’uomo non si è dunque presentato in aula. Il procedimento sarebbe potuto proseguire disgiungendo le situazioni degli imputati, opzione questa non accolta però dai legali degli altri imputati. Si procederà pertanto ora con una seconda citazione a giudizio e, qualora dovesse andare a vuoto anche questa, il processo potrà svolgersi in contumacia.

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