Ticino

Le ‘Verità irriverenti’ di un magistrato sotto scorta

Da oggi in libreria, il nuovo saggio di Dick Marty riflette sullo stato della democrazia, sulla neutralità e sul periodo di isolamento forzato

Il prossimo 14 novembre alle 18 la presentazione al Lac di Lugano moderata dal giornalista Roberto Antonini
(Ti-Press)

È venerdì, manca una settimana esatta a Natale. Improvvisamente risuonano le note e le parole del Chant des partisans: è la suoneria del mio telefono. «Sono il comandante della Polizia cantonale». In una frazione di secondo mi passano mille pensieri per la testa: è capitato qualcosa a un mio famigliare? No, non sarebbe il comandante a chiamare. Allora è un amico buontempone che mi fa uno scherzo, come ogni tanto capita. Sto per rispondergli che «Sua Santità oggi non riceve!», ma un’occhiata allo schermo del telefono mi blocca dopo la prima sillaba: il numero è effettivamente quello della Polizia cantonale.

‘Per quasi un anno e mezzo non uscirò mai più da solo’

[…] È proprio il comandante. Poche parole, precise e taglienti. La Polizia federale (FedPol) ha comunicato che devo subito essere posto sotto stretta protezione a causa di un pericolo grave e imminente. Inaspettato, anche se, nel subcosciente, non del tutto imprevisto. Dico una sola parola: «Balcani?». «Sì» è stata la risposta dopo una lieve esitazione. Nulla di più. Quella che doveva essere una nuova stagione di vita si è così ridotta, con una telefonata, a una semplice ricreazione di diciotto giorni. La mia reazione immediata? Con Laska e Leik, i miei due cani pastori, raggiungo con l’auto l’altro lato della valle, a Lisone, frazione di Cademario, per passeggiare nei boschi della collina di Montaccio. Spoglio, il bosco fitto ha un aspetto austero, una bellezza essenziale. C’è un senso di immobilità. Nessuno, solo un silenzio invernale interrotto dal nostro scalpiccio tra le foglioline secche di faggio. Di ritorno alla mia auto, vedo un gruppo di persone che sembrano aspettarmi. I cani lo osservano tranquilli, benevolmente si direbbe; nemmeno Laska, altrimenti assai diffidente con gli estranei, mostra alcun segno di nervosismo. Hanno capito prima di me. Sono agenti in civile dei servizi speciali della polizia. Torniamo tutti a casa. Da allora, per quasi un anno e mezzo non uscirò mai più da solo. La nostra casa è trasformata in una piccola fortezza.

‘Vengono sempre invocate mille ragioni per far tacere la voce della verità’

[…] Quanto mi è capitato non sarebbe nemmeno degno di essere raccontato se si considera che in ogni momento, attorno a noi e ovunque nel mondo, succedono cose talmente gravi che non posso che considerarmi un privilegiato. Se mi sono deciso a scrivere queste righe è perché ritengo che il caso vada ben oltre la mia persona. Un episodio legato a un fenomeno certamente non nuovo, ma che assume dimensioni sempre più preoccupanti. Un’ulteriore manifestazione di un movimento dalle molte sfaccettature che ha lo scopo ben preciso di far tacere chi cerca e svela verità scomode, chi turba i piani di gruppi criminosi, chi fa luce sui meccanismi opachi e turpi su cui si fondano certi centri di potere. Sembra che anche le istituzioni dello Stato siano diventate più intolleranti rispetto a chi la pensa diversamente, e a volte sembrerebbero giustificarlo richiamandosi proprio ai valori della democrazia e ai diritti fondamentali del cittadino. Vengono sempre invocate mille ragioni per far tacere la voce della verità: il segreto di Stato, gli interessi delle multinazionali, i posti di lavoro che assicurano il benessere del Paese, la necessità di preservare la stabilità sociale e la pace civile. O, più semplicemente, lo si fa per mantenersi al potere senza dover fornire troppe spiegazioni. Insomma, si finisce sempre per inventarsi un interesse superiore e imporlo rispetto all’espressione della verità. Nel nome di tali pretesi valori si alimenta una cultura della discrezione e del segreto che sfocia poi nell’imperativo del pensiero unico e nell’indifferenza, a scapito della democrazia e delle libertà del cittadino. Famoso e tanto pertinente il monito di Liliana Segre: «Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui». Pertinente e drammaticamente attuale. Ne riparleremo, anche perché la Svizzera non è affatto al riparo da una dinamica di regressione che sembra ora percorrere un po’ tutte le democrazie. A pochi giorni dal Natale, la nostra vita quotidiana cambia improvvisamente. Non possiamo uscire come e quando vogliamo, soprattutto non possiamo uscire da soli. Per quasi cinque mesi la casa è occupata giorno e notte da agenti armati, ogni movimento esterno è monitorato. Sono ancora stupito della rapidità e della relativa serenità con le quali abbiamo vissuto questo brutale cambiamento. Subito ci siamo trovati a operare secondo modalità completamente diverse e inedite, che sono immediatamente diventate per noi una nuova normalità. Con rassegnazione, ma senza panico e, a pensarci bene, senza rancore. Solo dopo, per altre ragioni, ho provato un autentico sentimento di collera. E non tanto nei confronti dei criminali. Dal dispiegamento di risorse e mezzi tecnici è chiara una cosa: la minaccia è considerata di estrema gravità e le informazioni in possesso della polizia molto affidabili. Secondo il responsabile della sicurezza sarebbe addirittura meglio scomparire, lasciare il domicilio per una destinazione ignota. Il che per me non è assolutamente un’opzione. Se già c’è una minaccia, meglio che si concretizzi e che vi si faccia fronte per neutralizzarla. Casa nostra è così occupata giorno e notte da agenti armati per quasi cinque mesi, mentre altri pattugliano l’esterno. Durante il primo mese sono agenti dei servizi speciali dell’esercito, il cui intervento è espressamente autorizzato dal Consiglio federale (informato della vicenda sin dal dicembre 2020). L’impiego di agenti dell’esercito per un periodo superiore a un mese necessita tuttavia dell’autorizzazione del parlamento federale, opzione subito abbandonata per la necessità di mantenere la dovuta discrezione sull’operazione in corso. Per i mesi successivi, in casa sono impiegati agenti di corpi di polizia di numerosi altri cantoni. Alla fine, l’essenziale del lavoro è svolto dalla Polizia ticinese, con grande competenza ed empatia. I militari sono rigidissimi nell’applicazione del protocollo. Sono loro che aprono la porta d’entrata, che ritirano la posta e che si informano su qualsiasi persona che passi nelle vicinanze.

‘Anche i luoghi dove devo recarmi sono attentamente verificati’

Tra gli abitanti del nostro villaggio di montagna, la presenza di agenti armati e il viavai di convogli non passano ovviamente inosservati. Cose mai viste, tanto che c’è chi, all’inizio, è convinto che si stia girando una serie televisiva. Non mancano scene anche comiche, ad esempio un municipale interpellato (in tedesco!) assai bruscamente perché passa dinanzi alla casa con una macchina fotografica. Un’altra volta, un abitante segnala un’effrazione in un cascinale non abitato. Si svolgono verifiche. La porta è stata effettivamente forzata e una finestrina è stata liberata dalla vegetazione. Gli agenti constatano che da quell’apertura si vede, senza essere minimamente scorti, la terrazza di casa mia. Una postazione ideale per un cecchino. Arriva la scientifica e numerosi agenti procedono all’interrogatorio di tutta la popolazione del paese. Un paio di giorni dopo, un signore, manifestamente a disagio, si avvicina a un agente per dirgli che è stato lui con la moglie a forzare la porta: stavano cercando il loro gatto scomparso e temevano che si fosse rifugiato in quel casolare e non sapesse più come uscirne! Ogni mia uscita è accompagnata e preceduta da minuziosi controlli e necessita della mobilitazione di un importante dispositivo. Anche i luoghi dove devo recarmi sono attentamente verificati. Devo soggiornare due giorni all’ospedale e dinanzi alla porta della camera vi sono tre agenti. Nella corsia pensano sicuramente che io sia un pericoloso criminale («Vuoi dire che hanno arrestato Matteo Messina Denaro, latitante da trent’anni?»). Racconto questi fatti (tralasciando tanti dettagli che si possono peraltro vedere in certe serie televisive) non certo per drammatizzare o, peggio, per darmi arie d’importanza. Lo faccio per mostrare quanto la minaccia fosse considerata seria dall’autorità federale e per mettere in evidenza la professionalità delle forze dell’ordine. E soprattutto per sottolineare la fortuna di vivere in un Paese in cui le istituzioni sono in grado di proteggere i cittadini che si trovano in grave pericolo.

‘Un’operazione di protezione senza precedenti nel nostro Paese’

Non posso dimenticare Natalia Estemirova, responsabile di Memorial in Cecenia, che mi apprestavo a incontrare quando, nel 2009, è stata trucidata perché aveva osato dire verità scomode, o Floribert Chebeya Bahizire, attivista congolese per i diritti dell’uomo, con il quale mi sono intrattenuto a Kinshasa per parecchie ore poche settimane prima che venisse assassinato nel 2010. Loro, nessuno li proteggeva. E quante e quanti altri! Con il succedersi in casa di persone provenienti dai quattro angoli del Paese nascono nuove conoscenze, nuove discussioni, nuove abitudini. La nostra macchina del caffè raggiunge prestazioni da bar. La convivenza tra chi è considerato minacciato e agenti che si danno il cambio può essere anche fonte di tensione e di conflitti, che si aggiungono allo stress già esistente per la situazione eccezionale; così, tra i visitatori ci sono stati anche due psicologi, tanto attenta e professionale è la nostra polizia. In realtà, tutto si è svolto molto bene e i rapporti umani con i nostri “occupanti” e custodi sono stati positivi, con scambi a livello umano interessanti e arricchenti. Quando ero procuratore avevo collaborato giornalmente e intensamente con gli agenti, insegnato procedura penale alla scuola di polizia e, addirittura, partecipato con il mio cane agli esercizi formativi del gruppo cinofilo della polizia. Era stata un’eccellente collaborazione. Decenni dopo, ho potuto misurare gli enormi progressi compiuti dalle nostre forze dell’ordine a livello di formazione sia tecnica sia umana; non sono sicuro che la giustizia sia progredita in ugual misura. Secondo gli ultimi rilievi dell’Ufficio federale di statistica, la polizia è l’istituzione che gode di maggior fiducia da parte della popolazione, prima della giustizia, della politica e dei media. Il rapporto di fiducia tra cittadino e polizia è un elemento essenziale nell’opera di contrasto alla criminalità. Per quasi un anno e mezzo sono stato accompagnato in ogni mia uscita, anche per una semplice passeggiata nei boschi. Per tutto quel tempo, il grado di protezione è stato mantenuto al livello quattro su cinque (cinque è scomparire). Un’operazione di protezione di tale portata e tanto prolungata è senza precedenti nel nostro Paese. Mi è stato detto che un tale grado di protezione era stato applicato in passato per al massimo cinque o sei giorni, in occasione della presenza del segretario di Stato John Kerry a una conferenza internazionale sulle rive del Lemano. Certo, non sono né il primo né l’ultimo a dover vivere sotto protezione. Ho conosciuto parecchi magistrati italiani che hanno vissuto per anni sotto scorta. Penso ad Armando Spataro o a Gian Carlo Caselli, confrontati in prima linea con il terrorismo e la mafia. Vi è tuttavia una differenza parecchio rilevante, specialmente a livello psicologico: i magistrati sotto scorta conoscono esattamente la situazione, sono peraltro loro che dirigono l’inchiesta. Nel mio caso, sono solo una vittima, senza alcuna possibilità di prendere decisioni, informata solo parzialmente e male – una passività imposta che non può che generare un senso di frustrazione. Senso di frustrazione che si rivelerà devastante.

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