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Transiti, nove e dieci

Da Ponte Chiasso terra di mezzo verso Monte Olimpino, poi il lago di Como. Fuggire per tornare a se stessi, così come fugge Travis...

Passando intorno a queste strade, riconoscendo negozi, persone, vicoli, entro nello schermo di ‘Paris, Texas’
(Depositphotos)
25 giugno 2022
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È breve il tragitto per arrivare da Mendrisio a Ponte Chiasso, eppure passare la dogana sempre molto affollata, cercare un posteggio per la moto e iniziare a girare per via Bellinzona, significa entrare in uno scenario mobile di consegne e sorprese, di vicende umane che si snodano tra i tavolini dei bar e la strada verso Monte Olimpino. Una strada che pulsa in questo angolo di territorio dando vita a immagini veloci, il teatro di una comunità in bilico tra dissolvenza e desiderio. La frontiera, mette in tensione la nostra idea di identità per un momento persa, in vista di un’architettura densa e stratificata. Cerco dei punti che possano definire una mappa provvisoria, un corridoio da dove partire ed esplorare. Si avverte lo spirito di una socialità diversa, potremmo dire un bazar a cielo aperto per cui la permanenza di alcuni elementi favorisce una presenza esibita in gesti decorativi; l’ingresso di un locale con una pianta esotica, chi ha inserito sulla superficie del vetro dei disegni orientali, insieme a qualche scritta rinnovata nei caratteri. L’ortolano ha chiuso da tempo, mentre alcuni negozi storici, il macellaio, la farmacia, l’ottico, il bar Primavera, continuano la loro attività.

La fascinazione nasce dalle corrispondenze, dalla natura del luogo a cui la modernità concede i suoi ultimi simboli. Soffermandoci per qualche minuto sulle architetture, ecco il cortile di una ex fabbrica pieno di erbe cresciute in ogni angolo possibile, un abbandono che permea le costruzioni, le invade e le risucchia. "In una casa qualsiasi la storia più semplice dell’abbandono e della disgregazione materiale nasce dalle poche gocce che entrano dal tetto e da tutta una silenziosa macerazione di travature e di connessioni che tengono insieme l’intero spazio domestico", così gli agglomerati nelle parole di Manlio Brusatin. Passando dai ristoranti asiatici che hanno via via cambiato la loro proposta, l’edificio delle Poste Italiane racchiude in sé l’idea di una presenza amministrativa costante, ordinatrice. Una presenza ‘verticale’, contrapposta alla trasformazione di locali chiusi e riaperti, modificati al cospetto di una comunità tenuta insieme da incontri quotidiani, piccole forme di socialità.

Ponte Chiasso, come ogni luogo ‘terra di mezzo’, infrange i nostri codici, li rivolta. Un punto sospeso tra realtà e immaginazione. Per anni, cittadini svizzeri, tedeschi, turisti di passaggio, hanno lasciato qui la loro impronta, il rito del caffè e del giornale; le speranze, i distacchi, i lutti. Nello specchio di questo grande acquario vediamo noi stessi prendere posizione in un luogo che ci fa attori e spettatori, critici gli uni degli altri. La sorpresa, nasce dagli spazi interstiziali, terrain vague. Un magazzino semivuoto, la galleria dei negozi a ridosso dell’ex pizzeria, perché è possibile che tutto quello che si è formato intorno a noi, rotonde, supermercati, centri commerciali, dia visibilità a spazi fuori campo, margini in cui vive una comunità periferica e resistente che fa i conti con quello che accade, ora.

Nove

Lentamente salgo verso Monte Olimpino, poche macchine scendono a quest’ora, libero da interruzioni lo stradone segna un distacco da tutto quanto è là sotto, con le sue contraddizioni e una vitalità mai spenta, perché le persone s’incontrano, parlano, sovrapponendosi a negozi e vetrine. La salita, lunga più di quanto non sia in realtà, sembra un’ascesi; contemplare le strutture che convergono qui, significa accogliere i mutevoli riflessi del paesaggio, scorgere colorazioni e luminosità nel segno di una grande varietà di movimenti, l’archè del mondo che scaturisce dalla trasformazione delle cose, mentre il calore del giorno sale dall’asfalto. È tempo per fermarsi nel bar di Iole, a due passi dal panificio, bere qualcosa, osservare i volti di persone che tornano in un ambiente famigliare, accogliente. La sensazione, una volta arrivati vicino alla discesa, è che un camioncino pieno di frutta, esplosivo per l’intensità dei colori, sia la porta verso un’altra frontiera. Arrivato sul lungolago di Como, passo da campi di tennis dove dei bravi e giovani giocatori disputano un torneo; una lucertola sfugge a ogni palla che batte sulla terra rossa, spero eviti l’impatto, con un movimento veloce si ferma a ridosso di un angolo, respira. Sfugge a noi la grande varietà di animali, piante, minerali che abitano il pianeta, anni di evoluzione conservano in sé sapienza e inconoscibilità della vita; la lucertola accorda poco alla nostra umanità, la studi, l’analizzi, ma qualcosa della sua sopravvivenza è insita nell’intreccio di specie, frutto di crisi e del loro superamento. Oltrepassando Villa Olmo, Gallia, Saporiti, avvolte dal neoclassico, l’attenzione è per la partenza di un idrovolante. Dopo qualche minuto sento la fatica del motore al massimo dei giri prima dello stacco; prende corpo il desiderio di fuggire, dimenticare le perdite, le spine d’acciaio sui confini, la terra arsa. Tornando al caldo dell’asfalto, rileggo un brano tratto da un libro di grande bellezza, ‘Gli anelli di Saturno’, di W.G Sebald. Le foreste bruciate dai coloni nelle Isole Britanniche, determinano la centralità della combustione, i grandi incendi. "La fabbricazione di un amo, la fattura di una tazza di porcellana e la produzione di un programma televisivo si basano, in ultima analisi, su un eguale processo di combustione".

Dieci

Nel varcare soglie e limiti, l’idea di fuga si fa avanti; fuggire per tornare a se stessi, un discorso febbrile che cerca di sospendere il tempo in vista di un pellegrinaggio che deve fare i conti con un mondo ostile. Passando intorno a queste strade, riconoscendo negozi, persone, vicoli, entro nello schermo di ‘Paris, Texas’. La fuga di Travis, il suo oblio. Il lungo cammino in uno scenario desertico, l’affievolirsi della presenza umana rispetto alla fugacità del tempo, al vuoto, al nulla. Tuttavia se lo spazio è solitudine, perdita, e il deserto ne è immagine, la risalita di Travis verso un presente di affetti e cauta speranza, passa dal riconoscere l’intensità dell’attimo. La forza insita in un incontro mai pensato prima. La sua ricerca verso il sé è anche la nostra, urtando il mondo, spezzando la linea ripetitiva delle giornate, lambendo il senso di una storia a cui vorremo dare un segno, cercando parole nuove. Con lui accanto siamo già al termine delle grandi certezze, quelle schiaccianti, univoche; il suo cammino è la presenza fragile di un risveglio, vasto, sublime nella sua unicità.


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Chiasso, terra di confine

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