Spettacoli

Osi in streaming, il contrappunto al tempo della dodecafonia

Mercoledì in un Lac senza pubblico, Markus Poschner ha diretto la Musica per archi, percussioni e celesta” di Béla Bartók e la Suite op. 4 di Richard Strauss

Al Lac senza pubblico (foto Luca Sangiorgi)
4 dicembre 2020
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Come dire “L’amore al tempo del colera”, oso un accostamento sinestesico perché il romanzo di García Márquez e la “Musica per archi, percussioni e celesta” di Béla Bartók sono due capolavori assoluti del Novecento. Ma il virtuosismo di Màrquez che trasforma la realtà in finzione è altra cosa dell’omotetia negli sviluppi fugati di Bartók, che portano il tonale ai limiti dell’atonale.

Ho già ascoltato due volte in diretta l’intrigante opera di Bartók con l’Orchestra della Svizzera Italiana diretta da Markus Poschner: all’Auditorio di Besso cinque anni fa, sullo schermo del mio computer mercoledì scorso. Sono stati due ascolti diversamente affascinanti. In sala il suono d’assieme costruito nello spazio sonoro disponibile, le scelte agogiche condizionate anche dall’attenzione del pubblico. Sul computer il suono d’assieme alquanto compromesso dai tanti microfoni ripartiti nell’orchestra, ma in compenso l’espressività dei volti degli strumentisti in primo piano, soprattutto il gesto seducente di Poschner visto dalla parte degli orchestrali.

Bartók compone nel 1936 a 55 anni quest’opera che contrappone la concezione contrappuntistica, apice della musica colta occidentale, alla dodecafonia da poco proposta da Schönberg. Lo fa con una singolare disposizione simmetrica degli archi, due gruppi di contrabbassi, di violoncelli, di viole, quattro di violini, rigorosamente collocati metà a sinistra e metà a destra del palco; in mezzo la ricca percussione che impegna quattro percussionisti, poi pianoforte, celesta e arpa. E mi è sembrata convincente la scelta quasi cameristica fatta da Poschner: ho contato 22 archi con solo 2 contrabbassi.

L’ostentazione di tanta simmetria mi sembra un omaggio di Bartók alla matematica che regge e giustifica non solo la musica tonale, ma il determinismo epistemologico, già da alcuni anni smentito dalla relatività di Einstein e non solo da quella. Bartók, che muore nel 1945, è coetaneo di Picasso, Joyce, Stravinskij, artisti che hanno capito, non proprio dove sta andando il mondo, ma almeno che il mondo sta cambiando. Piace immaginare le ambizioni espressive del compositore ungherese proiettate nella seconda metà del Novecento, accanto a compositori come Carter o Boulez, al passo con la ricerca epistemologica che confina ormai il bello all’interno dell’organizzazione neuronale del cervello, insomma in quella musica contemporanea, alla quale mi piacerebbe ponesse mano ogni tanto anche l’Orchestra della Svizzera Italiana.

Nonostante l’assenza del pubblico e l’occupazione totale del palco i 29 strumentisti impegnati in Bartók portavano la mascherina. A viso scoperto (ma non sereno, preoccupato per questa situazione d’emergenza) erano i 13 fiati impegnati nel primo brano del concerto, la Suite op. 4 di Richard Strauss, composta a 17 anni, nel 1881, l’anno di nascita di Bartók.

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