Estero

Infuria la battaglia a Khartoum, oltre 180 morti in Sudan

Si fa sempre più sanguinoso il conflitto fra esercito e paramilitari. Missili, cannoneggiamenti e bombardamenti nella capitale.

Aspettando una tregua
(Keystone)
17 aprile 2023
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Il Cairo – Si protrae ormai da tre giorni lo scontro fra esercito e paramilitari in Sudan che ha già causato quasi 200 morti in un bilancio che rischia di continuare drammaticamente ad aggravarsi. Le forze armate hanno potuto annunciare la riconquista della tv di Stato ma rivendicazioni di successi di entrambe le parti rendono difficile stabilire chi stia effettivamente prevalendo sul campo.

Il bilancio di sangue di oltre 180 morti e 1.800 feriti tra civili e militari è del rappresentante speciale delle Nazioni Unite nel Paese, Volker Perthes. Stamattina, nel centro di Khartoum, ci sono stati altri bombardamenti aerei, cannoneggiamenti e lancio di missili terra-terra con un numero crescente di abitazioni civili colpite da proiettili vaganti, come ha riferito all'ANSA una fonte qualificata. Due ospedali colpiti da razzi e proiettili sono stati evacuati.

Scontro ai vertici dell’esercito

La guerra civile sta contrapponendo da sabato il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate sudanesi e di fatto presidente del grande Paese dell'Africa orientale, e il suo vice, il capo delle Forze di supporto rapido (Rsf) Mohamed Hamdan Dagalo, detto ‘Hemedti’: i due, dopo aver estromesso insieme i civili dal potere con il golpe dell'ottobre 2021, sono in contrasto da mesi soprattutto su tempi e modi dell'assorbimento delle Rsf nell'esercito. Dall'esame degli elementi disponibili, il conflitto appare come una lotta all'ultimo sangue per il potere tra forze armate e paramilitari e per ora il ruolo più evidente dei mercenari russi della Wagner è limitato agli affari nel settore aurifero dell'ex venditore di cammelli Dagalo.

Senza schierarsi per nessuna delle due parti, i ministri degli Esteri statunitense e britannico, Antony Blinken e James Cleverly, a margine del G7 in Giappone hanno esortato i due contendenti nell'ex colonia britannica a "cessare immediatamente le violenze" e a tornare al tavolo dei negoziati. Un "appello ai leader delle forze armate sudanesi e delle Forze di supporto rapido affinché cessino immediatamente le ostilità" e "inizino un dialogo per risolvere la crisi" è arrivato anche dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, in linea con la Lega araba.

‘Presa la tv di Stato’

L'esercito ha potuto mandare in onda che "le forze armate sono riuscite a riprendere il controllo dell'emittente nazionale dopo i ripetuti tentativi delle milizie di distruggere le sue infrastrutture". Ai paramilitari, Burhan ha fatto promettere attraverso un portavoce che non ci saranno conseguenze se entreranno nell'alveo delle forze armate.

Su Twitter, Dagalo invece si è appellato alla "comunità internazionale" che dovrebbe "intervenire contro i crimini" di Al-Burhan, "un islamista radicale che sta bombardando i civili" e spera "di mantenere il Sudan isolato e lontano dalla democrazia". L'auto-investitura a paladino dei diritti cozza con il passato di Hemedti: era il comandante di una delle numerose milizie arabe note collettivamente come Janjaweed, quei famigerati ‘diavoli a cavallo’ che il governo dell'allora autocrate Omad al-Bashir impiegò negli anni Duemila per reprimere brutalmente i gruppi ribelli in Darfur. Nel conflitto civile peraltro fu impegnato anche Burhan.

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