Ticino

I bar ticinesi riaccendono le casse dei ‘live’

Dopo due anni difficili, fra chiusure e restrizioni, nei bar del Ticino si ricomincia seriamente a suonare dal vivo. Il racconto di gerenti e musicisti

(Keystone)
19 aprile 2022
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In settimana sono professionisti o impiegati, nei weekend imbracciano uno strumento e si trasformano in rockstar: il palco non è quello del Greenfield o di Moon&Stars, ma quello più intimo di molti locali ticinesi che nei fine settimana offrono musica dal vivo ai propri clienti, in genere con band non professioniste ma di ottimo livello. Anche in questo ambito che fa parte ampiamente delle abitudini dei ticinesi i due anni di pandemia hanno lasciato segni profondi, sia dal punto di vista dei gerenti sia da quello dei musicisti. Prima le chiusure, poi, soprattutto, le restrizioni hanno avuto un forte impatto sul settore, che adesso sta lentamente ripartendo.

‘Due anni difficili, far rispettare le regole non è stato immediato’

"Sono stati due anni molto, molto difficili dal punto di vista dell’affluenza", ci dice Angela Bzoch, che si occupa di organizzare i concerti al Bar Festival di Locarno. "Abbiamo comunque cercato di mantenere la tradizione dei concerti, in modo diverso poiché abbiamo dovuto controllare in modo più attento, soprattutto per quanto riguarda l’obbligo di stare seduti. È normale che la gente tenda ad alzarsi, la voglia di ballare c’è sempre stata ed è stato per noi difficile far rispettare le regole, non ci è mai piaciuto dover fare i "poliziotti. Purtroppo abbiamo dovuto, a volte, anche mandar via delle persone, per via dell’obbligo di mascherina o del certificato Covid". E di gerenti costretti, malvolentieri, a fare "i poliziotti" parla anche Tiziana Pelli, gerente dello storico Bar Mazzola di Balerna: "È difficile far star sedute le persone, a un certo punto ti passa la voglia. Anche dal punto di vista economico, i posti sono più limitati e a volte non si rientra quasi neanche con le spese, tanto che per un paio di mesi abbiamo rinunciato ai concerti". Regole che, nel caso del Mazzola, hanno influenzato anche il tipo di musica proposta: "Abbiamo optato per serate jazz, musica d’ascolto più adatta a un pubblico di persone sedute. Siamo riusciti a fare un po’ di concerti, favoriti anche dal fatto di avere lo spazio all’esterno, ma abbiamo dovuto annullare le ultime date perché stava diventando difficile, i casi aumentavano e c’era anche paura, quindi abbiamo sospeso prima di Natale e ripreso solo due venerdì fa.

‘C’è ancora un po’ di paura ma siamo ottimisti’

Anche le restrizioni legate all’obbligo di mascherina e al certificato Covid hanno avuto il loro impatto, come osserva ancora Angela: "Alla riapertura, quando è stato dato il via libera per i concerti, molte persone, a causa dell’obbligo della mascherina o del Covid pass, preferivano restare all’esterno, per cui si creava la strana situazione dei musicisti che suonavano con poche persone all’interno ma sapendo che molte ascoltavano da fuori. Anche adesso che abbiamo ripreso, con la riapertura, da una parte c’è una gran voglia di ritorno alla normalità, dall’altra c’è comunque chi ha ancora paura e rimane fuori, ma almeno con il bel tempo possiamo tenere la porta aperta e la musica si sente decisamente meglio anche dall’esterno". Stesso discorso per il Mazzola: "Abbiamo avuto diverse persone vaccinate, che quindi potevano entrare, che preferivano restare fuori a bere perché avevano paura del contagio".

A complicare ulteriormente le cose, i contagi e le quarantene, che hanno influito sulla programmazione: molti i concerti saltati all’ultimo momento per la positività di uno dei componenti della band, con ovvi riflessi sugli incassi previsti, dato che molte persone venute per assistere al concerto, chiaramente, rimanevano e consumavano molto meno del previsto. "È praticamente impossibile trovare un’altra band nel giro di un giorno, per cui anche dopo le prime riaperture abbiamo fatto 3-4 mesi senza band" racconta Angela. "Non sapevamo bene neanche noi come comportarci, senza contare poi il problema del green pass, per cui tutte le band si stavano organizzando, arrivando alcune anche dall’Italia".

E adesso con la riapertura? Le prospettive sembrano essere positive. Sono molti infatti, secondo quanto spiegano le nostre interlocutrici, i gruppi e gli artisti che chiedono di esibirsi per recuperare il tempo perso. "A volte abbiamo dovuto anche dire di no", spiega Angela, e Tiziana conferma "Continuo a ricevere richieste di suonare anche da persone che non avevo mai sentito prima". Situazione che, con l’arrivo della bella stagione, sembra dunque promettere bene per chi offre gli spazi del proprio locale per la musica dal vivo.

‘È stata una situazione tragica’

"È stata una situazione tragica, sia per i musicisti professionisti sia per quelli che, come me, lo fanno per passione". Non usa mezzi termini Francesco Pervangher, insegnante e cantautore. "Quasi ci si sentiva in imbarazzo, noi non professionisti, a chiedere ai locali di poter suonare quando c’era chi fa musica per mestiere ed era in netta difficoltà, quasi dimenticato a volte". Due anni in cui, spiega Francesco, le opportunità per i musicisti sono calate radicalmente a causa delle misure che hanno toccato il settore causando, fra l’altro, anche una diminuzione del budget a disposizione al di là delle restrizioni a cui si è già fatto cenno. "Di fatto, i locali in cui si suona sono ben noti, ed era chiaramente difficile accontentare e far suonare tutti".

Niente musica dal vivo, niente pubblico davanti a cui esibirsi: una situazione che, per i musicisti, è stata sicuramente un peso. "Si, alcuni si sono dedicati a concerti sul web, in streaming, i social hanno un po’ aiutato a mantenere i contatti con il proprio seguito, ma di base si suona non solo perché ci piace suonare ma anche per farsi ascoltare, per il contatto con il pubblico, che è venuto meno. È mancato l’aspetto sociale e solidale del fare musica: tu che esponi la tua musica e le persone che, venendoti ad ascoltare, in fondo ti esprimono una solidarietà". E, come reazione a catena, la carenza di concerti dal vivo ha inciso sulla stessa vita artistica delle band, soprattutto, sottolinea Francesco, perché non essendoci date per cui prepararsi è venuto meno lo stimolo del trovarsi, provare, stare insieme, soprattutto per i musicisti che abitano in posti diversi e che devono spendere tempo e denaro per spostarsi.

Si è detto che una delle restrizioni più incisive è stata l’obbligo di restare seduti. Come l’hanno vissuta i musicisti? "Per me che faccio musica cantautoriale", prosegue Francesco, "non ci sono stati grandi cambiamenti, anzi in uno degli ultimi concerti che ho fatto si è creata anche un’atmosfera diversa, dato che le persone erano sedute ad ascoltare. Chiaro che per chi fa, per esempio, rock o metal, far stare la gente seduta ha poco senso: sicuramente i locali che hanno in programma concerti importanti ne hanno risentito molto". Questi due anni di pandemia, alla fine, diventano anche un’opportunità per una riflessione: "Spero che uscendo da questa pandemia ci si renda conto che bisogna dare più opportunità anche ai musicisti", è il commento conclusivo di Francesco. "La scena si è sicuramente indebolita, una volta c’erano molti più locali disposti a ospitare musica dal vivo: ora che è mancata, forse ci si rende conto davvero di quanto abbia sofferto la cultura".

‘Qualche strascico ci sarà, potrebbero pesare disabitudine e un po’ di paura’

"Da parte mia non ho avvertito una cesura netta, se non per qualche settimana, sporadiche occasioni ci sono state" racconta Max Frapolli, chitarrista ben noto sulla scena ticinese e attualmente impegnato, al di fuori del suo lavoro di tutti i giorni come docente, con diversi progetti musicali. "C’è stata massima comprensione da parte di noi musicisti per i locali che hanno deciso di annullare la programmazione, d’altra parte molti invece, quasi eroicamente, si sono presi un rischio imprenditoriale encomiabile proseguendo con una programmazione abbastanza aperta. Pochi, in generale, i concerti annullati"

"È stato a tratti commovente, poi, vedere la gente che si alzava per ballare o applaudire e veniva poi richiamata e si ricordava di non poter stare in piedi", prosegue poi Max accennando alle restrizioni. "Sulle prime è stato strano, ma vedere la gente entrare in una dimensione più d’ascolto è stata un’esperienza nuova e interessante, anche se chiaramente di fronte a un pubblico minore date le limitazioni agli ingressi applicate dai locali: un pubblico più ristretto ma paradossalmente più attento".

E nel frattempo, come ci si è mossi in assenza di date? "Alcuni gruppi si sono semplicemente fermati, molti sono stati iperattivi sui social. Io ho scelto una via di mezzo, dedicandomi ad alcune collaborazioni particolari o a distanza, una cosa che prima non facevo perché magari preso nel vortice delle serate ‘live’. Il frutto di uno di questi incontri virtuali – quello con il violoncellista Zeno Gabaglio – è il nuovo brano del mio duo ‘DimeBlend’ (con la cantante Chiara Ruggeri), dal titolo ‘Rescue me’, il cui video è appena stato pubblicato su Youtube."

E per il futuro prossimo? "Sono curioso di vedere quanto sia cambiata la mentalità delle persone nell’approccio alla musica live. Anche se formalmente tutto ricomincia come prima, sicuramente qualche strascico ci sarà, soprattutto in quei luoghi, come appunto i locali pubblici, in cui l’offerta culturale non è regolare. Probabilmente alcuni pagheranno il prezzo del fatto che molte persone si sono disabituate, oltre alla paura, che per alcuni un po’ ancora rimane. Certo c’è voglia di ricominciare, ma molti sono restii e questo rischia di influire sui numeri: bisognerà quindi capire, soprattutto per chi non ospita concerti abitualmente, se il gioco varrà ancora la candela.

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