I dibattiti

Rete Due e la teoria di Mefisto

Il nemico di Tex Willer, le risposte di Maurizio Canetta, il futuro della cultura in radio secondo Tommaso Soldini

Ti-Press
22 dicembre 2020
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Mefisto, molti lo sanno, è uno dei maggiori e più ricorrenti nemici di Tex Willer. È un personaggio austero, ieratico, sicuro di sé. Persegue i propri obiettivi, indifferente alle conseguenze, ai danni collaterali. Tex Willer lo combatte più volte nel corso della pluridecennale storia del fumetto Bonelli, lo vince, ma mai definitivamente.

In queste ultime settimane a difesa della Rete due si sono potuti leggere articoli, prese di posizione, comunicati stampa, interrogazioni parlamentari a livello cantonale e federale, vi è stata una petizione che ha raccolto quasi diecimila firme, e per finire un duro comunicato della Corsi, dell’organo cioè che ha il compito di sorvegliare la programmazione.

Nelle interviste rilasciate a Millevoci e a Ivo Silvestro, Maurizio Canetta ha chiarito alcuni punti, lasciandone però molti altri intrisi di oscurità.

Comincerei dai chiarimenti. Canetta si è assunto la paternità del programma di ridefinizione del mondo audio. Ha fatto il nome di Sergio Savoia, ha indicato Espace 2 quale modello esplicito del cambiamento, quindi si è mostrato parzialmente entusiasta dell’interesse sorto intorno alla cultura e a Rete due.

Una cosa che non ha fatto è stata chiedere scusa alle persone che hanno dimostrato grande affetto per la radio culturale della Svizzera italiana, alle molte persone che hanno scritto, alle migliaia che hanno sottoscritto la petizione online. Anzi, in modo quasi paradossale, se detto da uno che nutre una fiducia cinquestellare nel mondo della navigazione, non ha perso occasione per attaccare i frequentatori del web, quelli che lui e Savoia, (il deejay uscito dalla cantina e rientrato dall’attico) sarebbero preposti ad «andare a cercare», dato che ha definito farlocche molte delle firme che hanno espresso vicinanza alla più invisa delle tre reti radio. Da direttore Rsi, forse, invece di mettere in dubbio i sistemi di vigilanza del sito Campax, avrebbe dovuto prendere atto che dietro gli indici di ascolto ci sono delle persone, con le proprie storie, le proprie abitudini, le simpatie, le aspettative. Donne, uomini, famiglie che pagano il canone e il suo non modesto stipendio e che lui, di fatto, ha denigrato se non insultato.

Non pago di questo, ha definito, sempre a Millevoci, gli ascoltatori dell’emittente culturale dei radical chic che vogliono salvaguardare il proprio giardino delle delizie. L’idea di cultura e di approfondimento che discende da questa dichiarazione rischia di essere lo specchio di quel che questa dirigenza sta tramando alle spalle degli altri dipendenti, della Corsi, degli ascoltatori. Perché se la cultura è una cosa noiosa ed esclusiva, pensata per le élite, il prossimo passo sarà l’alleggerimento anche dell’informazione e dell’approfondimento, che rischiano di deprimere un pubblico che, in una visione che sarebbe piaciuta molto a Mefisto, ascolta la radio per sorridere, alleggerirsi; preferisce l’aneddoto alla notizia, lo spettacolo dei libri ai libri.

A questo proposito, se qualcuno volesse farsi un’idea di quel che rischia di capitare nella Svizzera italiana, sarà utile dare un’occhiata al palinsesto di Espace 2, la radio culturale svizzero-francese ormai diventata un contenitore di programmi musicali sull’arco di quasi tutta la giornata. Forse i risparmi che lì sono stati fatti hanno reso felici i vertici della Ssr, certamente hanno indebolito il potenziale giornalistico (non solo culturale) di tutta la radio svizzero-francese. Forse hanno saputo rafforzare di leggerezza pensosa (per citare le Lezioni americane) la prima rete, ma è un fatto che hanno smantellato o emarginato quei programmi immaginati per assicurare pensosità alla leggerezza.

E quindi, se è vero che chi desidera puro intrattenimento potrà sintonizzarsi sulla Rete tre, quella dei giovani quarantenni, ci si aspettano grandi doti equilibristiche per chi dovrà programmare una Rete uno capace di presentare trasmissioni che in contemporanea parleranno di libri, proporranno la radiocronaca delle partite dell’Ambrì, ma anche gli approfondimenti sulle elezioni federali. Insomma, è facile immaginare che, fra le tre prospettive, la più irrinunciabile rischierà di essere il derby Ambrì-Lugano, perché fa ascolti, genera emozioni, ringalluzzisce quelli che a fine anno vogliono un bonus e non la intangibile riconoscenza di chi crede che il servizio pubblico debba anche stuzzicare le intelligenze.

Difendere la Rete due, in definitiva, non solo non è un atto snobistico volto a salvaguardare un supposto giardino delle delizie, rischia di essere anche una difesa del nostro diritto a un’informazione libera e indipendente. Un’informazione che, per fare un esempio, abbia il coraggio di porre delle domande scomode, che sappia chiedere a Canetta se ha o non ha intenzione di abbandonare, come gli ha domandato la Corsi, il progetto Lyra.

Ma che sappia anche, sempre per rimanere alla Rsi, chiedere conto dei numerosi pensionamenti non sostituiti che da qualche anno stanno indebolendo tutte le redazioni giornalistiche, o del disegno di accorpamento di tutti i settori Rsi in un solo campus, a Comano, in un ennesimo progetto di convergenza di cui si è persa quasi memoria. Un progetto costosissimo che ai maligni farebbe sentire l’odore della speculazione edilizia e che, mi viene da pensare, rischia di essere pagato ancora una volta col sangue dei tecnici, dei giornalisti, di chi la radio e la televisione la fa; non certo con quello di chi dirige, programma, supervisiona.

Tex Willer non avrebbe dubbi: il giornalismo serio, d’inchiesta, è un bene che non andrebbe misurato a colpi di clic.

In queste settimane gli intellettuali da una parte, gli ascoltatori dall’altra hanno fatto sentire la propria voce. La Regione e il web hanno dato spazio e credibilità alle loro richieste, questo dimostra che i canali tradizionali e quelli più immediati possono o devono procedere congiuntamente se vogliono muovere qualcosa. Quello che a gran voce si sta reclamando non è solo una tregua rispetto a una cinica politica dei risparmi e delle razionalizzazioni, che interessa molti settori della nostra società, non unicamente la Rsi; oso però anche pensare che si stia cercando di arginare l’attacco a quella Concessione che regola e dirige il senso stesso del servizio pubblico. L’affetto per la Rsi lo possiamo rinnovare a patto che non si ricorra più alla strategia di Mefisto, che illude, ipnotizza, chiama opportunità ciò che invece è precarizzazione, svuotamento di contenuti, indebolimento strutturale.

 Il fatto che questa discussione sia nata a partire da una fuga di notizie, il fatto che i dipendenti della Rsi, in queste settimane, non abbiano espresso il loro parere, anzi ne abbiano parlato poco e con imbarazzo, il fatto che la Corsi abbia dimostrato che tutto il progetto di redifinizione del lineare sia stato gestito in modo poco trasparente, sono elementi molto preoccupanti. Il clima che si respira alla Rsi è, come già diceva Fabio Pusterla su queste pagine, intimidatorio, per non dire inquietante. Canetta è stato praticamente il solo a parlare, un po’ infastidito per essere stato colto con le dita nella marmellata; gli altri, a partire da Sergio Savoia, tacciono; alcuni forse sono solo indifferenti, altri si allineano e obbediscono, oppure è bene che pensino alla famiglia, perché avere opinioni, dubbi, obiezioni, non è sano.

D’altronde, lo si sa, senza critiche si va tutti d’accordo. È la teoria di Mefisto.

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